| La vita totalmente disorganizzata di mio padre aveva i suoi vantaggi. La casa, in particolare alcune sue parti, come il grande guardaroba, celava un mucchio di cose che lui teneva per qualche strana ragione e di solito non usava mai. Tornavo da scuola (allora frequentavo la Terza) ed indossavo ancora una gonna di pelle blu scuro che m'arrivava alle ginocchia, ed una maglietta bianca con il colletto di pizzo. Scendevo nel seminterrato in cerca della maglietta di mamma, che volevo indossare per la festa di compleanno di Hetta, la mia compagna di banco. Dietro alle innumerevoli fila di vestiti di stoffa sintetica degli anni '80, mescolati ai cappotti Burberry (prova definitiva del successo di papi) e vecchie pellicce che erano state date a mia madre nell'estremo tentativo di fare di lei una signora, stava un piccolo astuccio in argento metalizzato. Lo aprii eccitata - una volta nel seminterrato avevo trovato una cartella sgualcita con venti banconote che oggi varrebbero un migliaio di Euro - ovviamente me ne stetti zitta. C'erano due macchine fotografiche nella gommapiuma grigia; una più piccola, l'altra più grande, una Mamiya professionale, e vicino ad esse, in un comparto più piccolo, vari rullini di pellicola. Era un giorno soleggiato di primavera, anche se la stanza era illuminata da una sola lampadina protetta da una rete metallica, del tipo che se ne vedono nelle officine delle periferie urbane e nei corridoi delle industrie. Gettavamo i vestiti dell'anno vecchio sul pavimento in mezzo alla stanza, e questi stavano creando un bel mucchio. Maglioni, cappelli, calzettoni... tutto ciò formava un comodo e discreto tappetino per leggere, fumare, scrivere il diario, giocare con la fica, e ora pure per ficcare il naso dentro a questa piccola valigia sconosciuta. Tanto per esser chiari, il mio vecchio non aveva proprio alcuna dimestichezza con la fotografia - figuriamoci la fotografia professionale - io avevo giusto 10 foto mie. La parte inferiore della macchina, il coperchietto nero con una finestrella stretta trasparente, era apribile. C'era qualcosa color giallo scuro dentro, un rullino di pellicola identico a quelli che stavano accanto alla macchina, ed il piccolo contatore a destra della porticina indicava il numero degli scatti già fatti: 8. Senza pensarci troppo, m'assicurai di rimanere sola piazzando un armadietto pieno di scarpe addossato alla porta, e prima di assumere la posa di coccola-fica senza alzare la gonna, mi tolsi le mutandine decorate a palloncini colorati - le odiavo, ma mamma me le faceva portare. Dicono che solo alle troie sottomesse piace scopare alla pecorina, che era così umiliante da essere addiritura proibito nel passato, e che il cazzo penetri più a fondo da dietro. Ma da quando avevo 6 anni io mi masturbavo solo così, stando sulle 4 gambe. Mi mettevo in ginocchio, sotto la maglietta, lì dove le tettine cominciavano a spuntare, ficcavo dei collant rossi a mo' di seno sinistro, mettendo invece a destra il cappello di lana di mamma. Erano ancora troppo piccole (come se sapessi in cosa mi sarei trasformata!). Frugai rapidamente tra gli indumenti nel mucchio e tirai fuori le mutande invernali di papi, quelle buffe stile nonno fatte di cotone a coste, e le stesi belle piatte sotto la maglietta a coprire il petto. Contenta guardavo quelle tette imbottite, stavo già venendo alla fantasia che mi faceva venire più facilmente quand'ero ragazzina - una troiaccia con tette e culo grandi, percorsa sottosopra da uno schifoso in calore vecchio bavoso. Questo ruolo era il più delle volte interpretato dal mio maestro Nikkels, un pedofilo che insegnava educazione tecnica. Non si sapeva se s'era infilato nelle mutandine di qualcuna, ma non c'era verso che non ficcasse la mano sotto le gonne delle ragazze più sviluppate, gruppo di cui facevo parte; era solito poi darci schiaffetti sulle cosce, in maniera pressappoco protettiva e, come per caso, ci toccava le mutandine con le punta delle dita. Io chiudevo gli occhi e m'addormentavo quasi ogni sera nella fantasia di lui che entra nel bagno della scuola... C'è lezione, e noi siamo soli lì dentro. Comincia a gridarmi addosso perché m'ha beccata che fumavo (la ragione per cui avevo chiesto di andare al bagno). Mi si avvicina, grande com'è, con quei pochi capelli rossi incollati alla fronte. Vedo la mia immagine nei suoi occhiali marroni grossi... D'improvviso, sotto quelle lenti con un enorme - l'espressione cambia. Come se si rendesse conto di esser stato ingannato, che non stesse avendo a che fare con una studentessa cattiva della III C, ma con una sporca narco-troia, una ragazza senza casa, pattume venuto al mondo per dar modo a tipi come lui di sfogarsi. Senza chiamarmi per nome, dato che gli faccio talmente schifo, mi spinge violentemente attraverso la porta mezza aperta nella cabinetta del bagno... così forte che inciampo e cado sul water. Lo guardo spaventata, tremante, con la paura persino di sedermi decentemente, figuriamoci di alzarmi. Non ho proprio la forza di aggiustarmi la gonna, la solita gonna blu di pelle con lo spacco sul davanti, che mi veniva su così tanto da mostrare chiaramente le mutandine bianche in cui il pacco formato dall'assorbente grosso e rosa è ancora più visibile. Il suo sguardo da predatore cade sul triangolo; con un sorriso storto tipo Avevo ragione!, mi prende il vestito stretto sopra la fica e me lo tira giù, lasciandomi sulle gambe bianche di bambina una striscia di sangue. Rossa dalla vergogna, non oso guardarlo, tengo gli occhi chiusi il più stretto che posso, abbandonandomi solo ai suoni, e loro non stanno dalla mia parte. Riesco a sentire chiaramente il suono della cerniera che viene tirata giù. Apri gli occhi, Van der Velden!, mi ordina, pieno d'odio. Il suo cazzo enorme, brutto e semi-eretto è lì ciondolante giusto accanto al mio naso. Spunta dal cespuglio di peli rossicci, puzza da formaggio irrancidito, merda e tabacco, avvolgendomi nell'odore ogni volta che Nikkels tira giù la cerniera dei calzoni a coste di velluto marrone. Senza far caso allo stato in cui si trova, prosegue: Stai già sanguinando, puttana? O ti stai purgando da tutte le sbattute che t'han dato? Li lasci che ti fottano, ah? domanda, facendo segno con la testa verso l'aula. Mi strappa l'assorbente inzuppato dalle mutandine e me lo strofina sulle guance segnate dalle prime lacrime. Scommetto che anche questo è pieno di sperma! Io chiudo di nuovo gli occhi perché non voglio vedere la mia fica nuda e intimidita. Nella mia fantasia non assomiglia neanche un po' a questa piccola stretta fichetta da uccellina in mezzo alle mie gambe. Tutt'altro, è grossa, pelosa, con le labbra lunghe contornate dalla carne marron scuro. Enorme, quasi geometrico, il buco sta sempre aperto come prova, mentre sotto gli pende una ruga di tessuto dell'imene lacerato, come una lingua penzolante. La fica del reato. L'odore è così forte che lo si può avvertire attraverso vari strati di vestiti. Quasi un odore animalesco. Rende nervose le donne in mia compagnia, gli uomini desiderano fottermi e schiacciarmi (non necessariamente in quest'ordine), ed i cani arrapati del vicinato m'annusano e mi leccano i jeans, mentre i proprietari chiedono scusa guardandomi di sottecchio. Così è questa fica, ed io non ho la forza di combatterla. Senza avvisarmi, mormorando solo: Ma che c..., Nikkels afferra una ciocca dei miei lunghi capelli biondi e mi tira indietro la testa per farmi aprire la bocca, e ci infila dentro la grossa cappella rugosa del suo cazzo, fin sulla lingua. Tossisco, e mi viene da vomitare - per l'odore e per la cosa che fino ad allora non avevo mai avuto in bocca, ma lui se ne frega. Piazza le mani in modo simmetrico sul muro sopra la vaschetta del water e mi scopa la testa, pompa alzandosi sulle punte dei piedi, si piega per ficcarmelo più in fondo. Che c'è ora? Che è 'sto grgrgh ... E' un cazzo? Ah, siiiii, il cazzo, il cazzo... piccola troietta, è il cazzo! Come se io non fossi una creatura vivente o non contassi nulla, mette giù la mano, m'afferra rozzamente la fica sanguinante e mi schiaffa dentro le sue due dita grassocce di vecchio, ma la mia fica è talmente slabbrata che potrebbe infilarmici dentro il pugno intero. Soffoco, tento di gridare. Inutile. Le sue palle mi schiacciano la faccia e si riesce a sentire solo un lamento sordo. Quanti ne hai succhiati finora? Confessa! Non mentirmi, io quelle come te le conosco, si sono già fatte inculare persino! Mentre dice questo tira fuori dalla fica il dito medio e prova a trovare l'ano palpandolo. Questo è troppo però. Con un ultimo sforzo alzo il sedere dalla sedia per fuggire da lui, ma non posso muovermi - mi sta schiacciando contro il muro con le palle ed io mi sto muovendo senza successo intorno all'asse, dandogli solo più piacere. Mentre me lo tiene ancora fra i denti, mi rifila uno schiaffo potente sulla faccia, mi afferra di nuovo i capelli e mi scaglia fuori dalla cabinetta giù per terra sotto la fila di lavandini. Dal cazzo gli gocciola la bava, e lui gira intorno al mio corpo tremante, come un cane da caccia intorno ad un animale ferito da un colpo. Sta elaborando qualche strategia, si muove intorno, il cazzo che ballonzola. Ora si tira giù i calzoni alle ginocchia, si abbassa sulle mattonelle del pavimento, mi solleva il culo in aria e a forza mi si infila dentro. Piango, ma scuoto pure il culo, gli schiaccio il cazzo, mi sbatto su quel pezzo di carne. Mi appoggio con le mani al cesso merdoso per farmi scopare meglio da lui, e ad un certo punto, nel mezzo di questa scopata, come in un sogno la mia maglietta si strappa e due grosse tette color latte con grandi capezzoli rosa si riversano fuori. Nikkels mi scopa sempre più forte e mi tira con tanta forza i seni che questi perdono il loro biancore e si chiazzano di macchie rosse... Aaaaah, tu vaccona, lo vedi che sei una vaccona... ti innaffierò di sperma quellle mammelle bianche, e a quel punto puoi sparire dalla scuola e non farti più vedere. Aarghhh!!!. Me lo infila con forza su fino all'utero, smette di dimenarsi e muove soltanto il cazzo, strofinandolo sulla cervice. Fa male, ah?, mi parla condiscendente. Oh no, siamo abituati a questo. Ah, Van der Velden?! Io piango sempre più forte, urlo e vengo, vengo, vengo... e lui, incazzato perché non prendo proprio parte alla sua umiliazione di me, lo schiaffa a tutta forza su per la fica che è già sensibile per le mestruazioni. Ti ho fatto una domanda!!!. Ahiiiii!, urlo tra le lacrime. Fa male, ah? Da quando un cazzo fa male ad una puttana, aaah...tsch ? Guardate! Nikkels sta scopando Anekee! dice qualcuno, e proprio allora alzo gli occhi gonfi di lacrime e mi rendo conto che il bagno è pieno di ragazzini. La lezione è finita. Ci circondano, ridono, mi prendono in giro, lanciandomi addosso pallottole di carta igienica... mi tirano calci sulle tette che diventano sempre più grandi, e lui fa sbottonare la cerniera dei calzoni ai ragazzi e masturbare sulla mia faccia - ma noi non possiamo separarci. Come una vera puttana da strada, lo strizzo e non posso fermare la convulsione. Giaciamo nel miscuglio di sperma, sangue, e sputo di bambini proprio come dei cani... A quel punto di solito ero già venuta 15 volte... in verità, il primo orgasmo mi catturava proprio lì dove m'immaginavo lui che mi mette il dito nella fica, schifato per il fatto che una ragazzina di 10 anni abbia un boschetto in mezzo alle gambe degno di una cameriera alla stazione centrale. Proprio come in questa fantasia scolastica, le ginocchia cominciarono a tremarmi, la debolezza percorse tutto il mio corpo come la febbre. D'istinto, con la mossa di una femmina che s'accoppi per la prima volta, scesi lungo i vestiti con le gambe aperte, sollevai il culo e mi infilai la mano sotto la gonna. Con il palmo premetti sulla piccola fica coperta di peluche marrone chiaro e la strofinai come fosse l'occhio stanco, e in quel preciso momento, con una potente pulsione del sangue che vi si era accumulato, mi feci scorrere per le dita svariati spruzzi di liquido denso. Leccai il liquido dolciastro misto ad alcune gocce di pipì e con lo stesso ritmo con cui succhiai le dita mucose, cominciai a sfregare la fica sui vestiti. Venni alla grande, immaginando di avere tette gigantesche da far andare fuori di testa l'uomo che mi scopa sfrenato da dietro. Potevo spingervi l'indice dentro per appena qualche centimetro, ma neppure quello era necessario. Accidentalmente, con la mia piccola fica toccai la fibbia di una cintura infilata tra quel pacco di vestiti e cominciai a sbattermi sul metallo freddo fino al punto che mi venne da pisciare per l'irritazione. In quel momento, rincoglionita dall'orgasmo, afferrai la macchina fotografica, e con la passera che puntava ancor di più in fuori, me l'aggiustai alla cieca in direzione di essa, in modo da scattarne - pensavo - la miglior foto, e con il click della macchina mi rilassai totalmente nell'ultimo orgasmo. Uno spruzzo affilato di piscio schizzò dritto sulla lente, sparendo nella nuvoletta di vapore che saliva dai vestiti in cui s'era impregnato. Mi girai sulla schiena e puntai la macchina più precisamente stavolta contro la mia fica rossa e inzuppata. Con la testa buttata indietro divaricai le gambe con le ginocchia piegate, piangendo sonoramente e allargando il mio buchino, completamente disgustata per quello che avevo appena fatto a me stessa. Semicosciente, sdraiata sul pavimento così sporca e pisciatami addosso, mi venne voglia di lacerarmi l'imene, e trasformarmi io stessa in una puttana; il destino che sapevo, non so nemmeno io come, mi attendeva dietro l'angolo in questa o un'altra forma. Ma per quanto Dio fosse stato di mano larga mentre creava le mie tette, la mia passera in sproporzione era sempre piccola e stretta. Persino nel 1995, da ragazzina di 10 anni, mi rendevo conto di essere particolare. Ogni penetrazione faceva un male cane e l'imene tirato cominciava a sanguinare. E quando diventava tutto buio dal dolore, mi spaventavo e stringevo le gambe l'una all'altra. Doveva pure andar via! Non più, non lo feci. Terrorizzata, come quando si ha paura a guardare qualcosa che potrebbbe risultare brutto, vi avvicinavo la mano e spingevo il dito dentro più delicatamente. Ma la cosa non diventava più facile. Oh, grazie a Dio! Sono ancora vergine... Riavvolgevo la pellicola e scattavo una foto di essa così, sanguinante e distrutta, e di nuovo: il primo piano della mia faccia, giusto le mie labbra su cui infilavo dentro le dita, sporche del liquido vaginale... e titillavo le labbra con la lente, la sfregavo alcune volte ancora e schiacciavo il bottone. Lo facevo per me stessa, sapevo che la foto non sarebbe venuta perché non c'era luce, ma non importava. Avevo bisogno di sentirlo, di averlo dentro in fondo, in fondo. Roulette russa. Che esploda pure... Il naso mi bruciava per l'odore pungente delle palline di naftalina e della fresca fica giovanile, dolce odore di zucchero filato, nemmeno più così innocente. Una bambina e del sesso vero, combinazione innaturale ma certo non meno qualitativa perché il sesso si era svolto senza cazzo, anzi. Mi disincastrai in fretta dal mucchio dei vestiti, estrassi la pellicola ed andai a farmi la doccia. Le mie prime foto porno all'età di 10 anni... Beh, ero orgogliosa di me stessa! Feci sviluppare la pellicola in un negozio di fotografo a parecchie fermate di distanza da casa nostra quello stesso giorno, guardando i passanti con la condiscendenza di chi li trovava così vuoti ed impreparati ad affrontare con se stessi il rapporto che io con me stessa avevo appena cominciato un'ora prima. Mentre andavo alla stupida festa di compleanno pensavo a tutto ciò, senza poter immaginare la sorpresa che m'era stata preparata per il giorno dopo...
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